Novembre 2019: cosa ci ha insegnato “Blade Runner”

Novembre 2019: cosa ci ha insegnato “Blade Runner”

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Blade Runner

“Los Angeles, novembre 2019”. Con questa scritta si apriva nel 1982 l’iconica pellicola di Ridley Scott, uno dei film che hanno indubbiamente rivoluzionato con la loro potenza visiva, comunicativa e filosofica la cultura pop occidentale. L’immaginazione del regista e dello scenografo Syd Mead unita a parte degli intrecci del romanzo di DickPhilip K. Dick “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” produsse all’epoca un futuro drammaticamente reale e possibilmente contiguo agli sviluppi prefigurabili in base alle tecnologie dell’epoca.

Il “multiplex Dick”, come ebbe a dire il critico letterario Carlo Pagetti ricordando la copiosa attività cinematografica basata sui romanzi dello scrittore californiano, era solo all’inizio. Ironicamente, il 1982 è l’anno della morte dello stesso Dick che fece appena in tempo a visionare qualche trailer di “Blade Runner” prima di venire stroncato da una serie di infarti: da allora il cinema ha attinto a piene mani alla produzione dickiana, ricavando atto_di_forza“Atto di forza”, “Screamers – Urla nello spazio”, “The Truman Show”, “Minority Report”, “Impostor”, “Paycheck”, “A Scanner Darkly” e “Next”, mentre la serie “The man in the high castle” prodotta da Amazon ed acclamata dal pubblico è stata realizzata attingendo a piene mani da uno dei romanzi ucronici più potenti e sconvolgenti di sempre.

Ma cosa ci ha lasciato, davvero, “Blade Runner”? Pagetti ricordava che il romanzo originale, bellissimo e rude nella sua tragicità, era stato scritto nel 1968, anno di grandi cambiamenti, ed era originariamente ambientato in un unico giorno, il 3 gennaio 1992. E se, come scrisse lo studioso, possiamo tirare un sospiro di sollievo pensando che il nostro 1992 fu ben diverso dallo scenario del libro, non bisogna dimenticare le tragedie umane di quell’anno, con il divampare della guerra nell’ex Jugoslavia e la città di Vukovar ridotta a “capitale delle rovine”. A dimostrazione che, come cantava Sting nel 1987, “History will teach us nothing”. Il kipple o palta del libro si deposita un po’ ovunque, ricoprendo come una patina ed avvolgendo oggetti e persone rendendo tutto sempre più triste, mediocre ed uniforme.

BladeRunner_010Ma torniamo al rapporto tra realtà e film/romanzo. In molti hanno ironizzato sulla piovosità di questo 2019 rapportata appunto alle precipitazioni atmosferiche onnipresenti nella pellicola di Scott. Tuttavia è riduttivo pensare che “Blade Runner” sia soltanto una previsione degli sconvolgimenti climatici dei nostri giorni. Gli ammonimenti della celluloide e del volume sono in realtà molteplici ed attualissimi. Pensiamo alla salvifica religione di Wilbur Mercer che si rivela una semplice truffa di basso livello: la promessa di una soluzione sofferta ma alla portata di tutti è incarnata da tempo dai sistemi di telemarketing, dal problem-solving diffuso eppure inefficace, persino dalle campagne politiche che promettono assurdità sulla pelle dell’elettore che applaude felice mentre sta perdendo tutto. E la stessa umanità contrapposta, tra androidi/replicanti ed esseri umani, permane ancora oggi, con gli ultimi tra gli ultimi che aspirano ad una condizione migliore ed i privilegiati, corrotti nella morale più che nel fisico, che mai rinuncerebbero ai propri privilegi a cominciare dallo status. Gli stessi flussi migratori sono presenti, con una contrappasso assoluto: non esiste l’Extramondo, non ci sono shuttle che portano su pianeti distanti però esistono i fenomeni di passaggio continentali, con masse in fuga dal proprio Paese alla ricerca di un Eldorado che forse non c’è e non è mai esistito.

Blade_runner_Roy_Rutger Hauer, il replicante Roy Batty, è scomparso alcuni mesi fa. Nella memoria collettiva oltre al suo duello post-futurista con il Rick Deckard di Harrison Ford ed al breve ma intenso monologo (“Io ne ho viste cose…”) restano la perfezione biologica, la “pericolosa contiguità con il superuomo germanico” (ancora Pagetti) e l’incredibile scatto di sensibilità ed empatia a seguito dei cruenti incontri con il creatore Tyrell e con il povero chickenhead J.F. Sebastian. L’eredità di “Blade Runner” è complessa, cattiva, devastante. Gli elettrodomestici di cui gli androidi/replicanti fanno parte come categoria merceologica – dimenticate la sensualità di CX3xqVqWkAAbdDnPris Stratton/Daryl Hannah o l’oscura bellezza della Rachel di Sean Young – sono diventati uno status symbol: oggi è importante possedere non una capra nubiana autentica o un leisure model femmina per i propri intimi piaceri ma lo smartphone ultimo modello piuttosto che il televisore formato cinema, anche a costo di indebitarsi. E ripensando allo slogan della Tyrell Corporation, cioè “Più umano dell’umano”, ritorna ancora il quesito di fondo: dal 1982 ad oggi, quanto della nostra umanità è scomparso e quanto noi siamo diventati artificiali?

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