A Pasqua meno colombe e uova sulle tavole trevigiane

A Pasqua meno colombe e uova sulle tavole trevigiane

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A Pasqua si prevede che, su 6 tavole trevigiane ogni 10, verrà portata una “colomba” e che non mancherà il classico uovo di cioccolato con la sorpresa, soprattutto se in famiglia ci sono bambini.

Ma – come emerge da un’indagine di CNA Agroalimentare e CNA Commercio fatta tra i propri iscritti – con due differenze importanti rispetto al recente passato: s’impenna il consumo del “fatto in casa”, perlomeno per i dolci da forno, e crollano le produzioni artigianali (parzialmente a favore dei dolci industriali) a causa delle restrizioni imposte a pasticcerie, cioccolaterie e gelaterie costrette alla chiusura per l’emergenza Covid-19 e con uno spazio di tempo a disposizione molto ristretto per poter organizzare con sistematicità la consegna a domicilio.

Se le pasticcerie artigianali confermano una contrazione degli ordini “pasquali” del 85-90% rispetto all’anno scorso, complessivamente il calo delle vendite di colombe e focacce, rispetto al 2019, si attesta intorno al 20%. Pressoché azzerata, invece, la produzione artigianale di uova di cioccolato, settore per il quale si prevede un crollo complessivo del 30% delle vendite.

«Un colpo fortissimo, che rischia di essere letale per molti piccoli produttori che in queste festività realizzavano tra un quarto e un terzo del loro fatturato – commenta Alfonso Lorenzetto, presidente di CNA territoriale di Treviso -. Sul fronte del cioccolato, peraltro, la produzione industriale non ha recuperato la fortissima riduzione artigianale a causa del taglio ai consumi di beni non indispensabili  e anche della riduzione degli spazi dedicati ai prodotti non di prima necessità nelle superfici commerciali, per rispettare le misure di sicurezza e in particolare la distanza tra i clienti».

Nel frattempo, le pasticcerie artigiane si stanno riorganizzando, sapendo che il loro business è destinato a cambiare radicalmente anche a emergenza sanitaria conclusa. Chi, in questo ultimo mese, non ha chiuso i battenti e ha tentato di rimanere sul mercato attraverso la consegna a domicilio, racconta numeri attuali e prospettive future.

«Se l’anno scorso producevamo 2 mila pezzi tra focacce e colombe, quest’anno arriveremo a 300 nell’ipotesi migliore, mentre la produzione di uova pasquali si è praticamente azzerata – racconta Catia Olivetto, titolare della Pasticceria Ducale di Ponte della Priula -. Noi stiamo lavorando in quattro, da dieci che siamo: raccogliamo gli ordini, produciamo e facciamo consegne. Per noi è fondamentale che si possa al più presto riaprire, con le dovute garanzie di sicurezza, perché l’attesa dei sussidi è lunga e preferiamo recuperare gli incassi lavorando piuttosto che attendere i prestiti delle banche. Come cambierà la nostra attività? Stiamo abituando i clienti alla consegna a domicilio e credo che la richiesta di questo servizio rimarrà anche dopo, perciò ci stiamo attrezzando per garantirlo anche in futuro».

«Per noi la decisione di non chiudere ma di continuare l’attività consegnando a domicilio è stata essenziale: essendo appena nati, non ci potevamo permettere di non lavorare, e così siamo partiti subito con la consegna a domicilio  – racconta Gianandrea Salvestrin della Pasticceria Sarti di San Vito di Altivole -. Ho lasciato a casa i dipendenti, coperti dagli ammortizzatori sociali, e sto lavorando 15 ore al giorno, tra laboratorio e consegne. Certo, il crollo degli ordini è stato del 90% ma ci siamo sperimentati in prodotti nuovi, che l’anno scorso non producevamo. È stato fondamentale per noi la presenza digitale: essere sui social ci ha consentito di avvisare i clienti delle consegne a domicilio e conquistarne di nuovi in un momento in cui molti laboratori artigianali avevano chiuso. Noi non chiediamo l’apertura ora, perché capiamo che le ragioni di ordine sanitario devono prevalere su quelle economiche e che se riaprissimo noi chiederebbero la riapertura molti altri negozi. Ciò che sta avvenendo è una grande perdita per tutti e per ora dobbiamo solo tenere duro. Va detto però che, in queste condizioni, riusciremo a tirare avanti ancora per un mese; se la chiusura si dovesse prolungare oltre maggio non credo potremo reggere».

CNA sta lavorando perché questi artigiani, forse tra i più colpiti assieme ad estetiste e acconciatori, che stanno lottando con i denti per mantenere in piedi la loro attività e continuare a produrre ricchezza e a dare lavoro, possano avere dallo Stato le risposte che servono per tenere duro ora e, ad emergenza finita, ripartire.

«I nostri artigiani preferiscono produrre ricchezza lavorando piuttosto che dover accettare prestiti dalle banche o dai nostri confidi – commenta Alfonso Lorenzetto, presidente di CNA territoriale di Treviso -. Però in questo momento non tutti lo possono fare e i nostri imprenditori lo stanno capendo bene, mostrando molta maturità e senso civico. Questa crisi, ben peggiore di quella del 2008, rischia tuttavia di far perdere al nostro territorio altre quote importanti di capacità produttiva che serviranno poi decenni per recuperarla, per non parlare dei posti di lavoro. Ora, subito, bisogna immettere liquidità pronta nel sistema. La nostra proposta è credito senza vincoli a tasso zero garantito al 100% dallo Stato; erogazione di bonus da mille euro ai lavoratori autonomi per i prossimi tre mesi; sospensione di tutti i pagamenti tributari e contributivi fino a fine giugno e rateizzazione in sei mesi. L’Italia si è sempre rialzata dalle prove più difficili e io sono convinto che si rialzerà anche questa volta più consapevole e coesa di prima».

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