Pubblichiamo la seconda parte del dossier “rifiuti d’italia: la grande truffa”, realizzato da Wired e Cittadini reattivi e da noi rielaborato [s2If !current_user_can(access_s2member_level1)] …READ MORE[/s2If][s2If current_user_can(access_s2member_level1)] Il fattore culturale – Il tema dei rifiuti è anche di ordine culturale poiché manca la corretta informazione sui pro e i contro delle soluzioni tecniche e gestionali. La maggior parte dei cittadini è ormai abituata a convivere con il problema creato dai rifiuti solidi urbani, dimenticando che il più grave dei pericoli derivanti dalla presenza di discariche è quello dell’inquinamento del suolo, delle falde acquifere e delle acque superficiali. A questi bisogna aggiungere i rifiuti speciali prodotti dalle fabbriche, dagli ospedali, che per essere smaltiti devono essere sottoposti a processi molto complessi e costosi.

Discariche o Inceneritori? – Nella situazione data, la soluzione più conveniente sembrerebbe l’incenerimento, come previsto nel cosiddetto decreto Sblocca Italia che autorizza la costruzione di otto nuovi impianti. Ma sul punto si registrano resistenze trasversali, di ambientalisti e lobby delle discariche. Lo stesso ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha confessato di “essere più contento” se le regioni gli proponessero “soluzioni realizzabili senza termovalorizzatori”.

Molte regioni, tuttavia, non hanno ancora approvato i piani definitivi per la gestione del ciclo dei rifiuti, ulteriore motivo di procedura di infrazione da parte dell’Unione europea. Inadempienze che ci costano 120mila euro al giorno e dureranno fino a quando “non sarà stata costruita la necessaria capacità di trattamento dei rifiuti per tre categorie di impianti: discariche, termovalorizzatori e impianti di trattamento dei rifiuti organici” .

Il problema non è di facile soluzione. Ai ritardi organizzativi, accentuati dalla capillarità degli interessi in gioco, si aggiungono le disfunzioni strutturali degli apparati di produzione e di controllo. La cattiva gestione di un inceneritore su due rivela la scarsa attenzione nel nostro paese verso le norme ambientali e di tutela della salute dei cittadini e fa ben comprendere come una parte consistente dell’opinione pubblica sia contraria a questi impianti. 28 dei 40 inceneritori attivi che bruciano rifiuti urbani e speciali presentano problemi di gestione, di trasparenza su dati e materiali che entrano nei forni e di compatibilità con le norme sull’impatto ambientale e sanitario. Su 16 di essi sono in corso inchieste della magistratura proprio a causa di violazioni in materia di normativa ambientale, per traffico e smaltimento illecito di rifiuti. Per altri 12, gli enti di controllo hanno accertato violazioni di ordine amministrativo.

Nonostante ciò, lo Stato ha erogato nel 2015 contributi pari a 224 milioni di euro alle multiutility, spesso a partecipazione pubblica, per la produzione di energia attraverso i rifiuti. (dati Gse, Gestore dei servizi eneregetici)

Viceversa, con l’ultimo decreto del 23 giugno 2016, la produzione di energia elettrica da impianti a fonti rinnovabili, diversi dal fotovoltaico, entrati in esercizio dal 1° gennaio 2013, andrà a sostenere gli impianti per il recupero di gas di discarica e biogas proveniente dai rifiuti non differenziati.

“Tra le rinnovabili incentivate dal decreto – ha affermato il ministro Galletti – è compresa la frazione biodegradabile dei rifiuti. Il beneficio è riconosciuto se questa è utilizzata per la produzione di energia in nuovi impianti di incenerimento o recupero energetico e fino al limite di potenza complessivo di 50MW; per questo è previsto un impegno annuale di 10 milioni di euro, che corrisponde a circa il 2,5% delle risorse finanziarie destinate con il decreto a tutte le rinnovabili”.

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Quanti rifiuti produciamo? – Secondo i dati pubblicati a marzo 2016 dall’Environment Data Center on Waste di Eurostat, nel 2014 ogni italiano ha prodotto, mediamente, 488 chili di rifiuti. Di questi, vengono recuperati 127 chili tra carta, plastica e metalli. Materiali che, insieme a 80 chili di rifiuti biodegradabili, finiscono in compostaggio o in impianti di digestione anaerobica, alimentando la filiera del riciclo (42% dei nostri scarti). 154 kg (il 32%) vanno in discarica; 94 kg (il 19%) sono inviati a incenerimento per recupero energetico, mentre 33 chilogrammi (il 7%) spariscono letteralmente dalle statistiche ufficiali.

Dati alla mano, più di 15 milioni degli oltre 29 milioni di rifiuti urbani prodotti nel 2014 sono ancora stati gestiti in modo indifferenziato; quasi 3 milioni di questi sono finiti in discarica tal quale violando ancora la direttiva Ue 1999/31/CE e le ultime circolari ministeriali che stabiliscono come obbligatorio un “trattamento adeguato, comprensivo di stabilizzazione della frazione organica dei rifiuti stessi prima della messa in discarica”. In pratica il cosiddetto Tmb, trattamento meccanico biologico, che dovrebbe servire a separare la componente organica, i nostri scarti di cibo e vegetali per intenderci, dalla frazione secca (vetro, plastica, carta e metalli).

Le regioni in emergenza rifiutiLiguria, Sicilia e Lazio sono le regioni in stato emergenziale pressoché statico. Ad esse potrebbero aggiungersi presto Puglia e Calabria. Il motivo fondamentale è che in queste regioni, al di là dei ritardi sulla raccolta differenziata, non esiste l’impiantistica per chiudere il ciclo dei rifiuti: né inceneritori né impianti di compostaggio. “Per questo il provvedimento dello Sblocca Italia – commenta con Wired Alessandro Bratti, presidente della Commissione d’inchiesta sui rifiuti – basato solo sugli impianti di incenerimento, è insoddisfacente anche alla luce delle nuove normative dell’economia circolare”.

L’emergenza rifiuti italiana è dunque, per diversi motivi, cronica e ci costa cara perché continuiamo a pagare multe salate all’Unione europea. “È necessario che le regioni che sono indietro elevino la percentuale di raccolta differenziata – ha ribadito il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti nell’intervista a Wired – e che in ogni caso si diminuisca la produzione di rifiuti”. “Le infrazioni europee non ci fanno certo piacere – ha precisato il ministro – ma siamo più preoccupati delle conseguenze per i cittadini e per l’ambiente, a causa delle tonnellate di rifiuti mandati ogni giorno in discarica”.

I rifiuti in Europa Secondo le statistiche di Eurostat, ogni europeo ha generato 475 chili di rifiuti nel 2014, di cui solo il 44% è stato riciclato o compostato. Il restante 56% è finito in discarica (per il 28%) o incenerito (27%). In cima alla classifica c’è la Danimarca, che ha prodotto ben 758 kg. di rifiuti per abitante, mandandone oltre il 53% ad incenerimento.

All’opposto c’è la Slovenia che ha adottato il modello Zero Waste ed è lo stato europeo con la minore quantità di rifiuti residui senza ricorrere alla combustione: solo 102 kg pro-capite nel 2014, come ha rivelato a Wired Enzo Favoino, responsabile scientifico di Zero Waste Europa. Lubiana, dopo aver abbandonato il progetto di un mega inceneritore, è divenuta la prima capitale europea ad aver dichiarato l’obiettivo Rifiuti Zero.

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