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INPS e impiantisti: la riclassificazione decisa dall’Istituto per le imprese artigiane del settore impiantistico rischia di avere conseguenze pesanti su aziende e lavoratori. Elettricisti, termoidraulici, antennisti e attività affini sono stati riclassificati come imprese edili, con effetto retroattivo dal 1° luglio.

La decisione, secondo Confartigianato Imprese Marca Trevigiana, è arrivata senza preavviso e senza un confronto con le associazioni di categoria. Il provvedimento coinvolge circa 500 imprese nella provincia di Treviso e almeno 4.000 aziende in Veneto. Di conseguenza, cresce la preoccupazione per gli effetti sui contributi, sul costo del lavoro e sulla stessa qualifica di impresa artigiana.

INPS impiantisti, cosa cambia con il nuovo codice contributivo

La ricodifica assegna alle aziende interessate il codice di regime contributivo tipico dell’edilizia, il CSC 5G. Si tratta di una modifica tecnica che, tuttavia, produce effetti immediati sulla gestione delle imprese.

Uno dei cambiamenti più rilevanti riguarda il numero massimo di dipendenti consentito per conservare la qualifica di azienda artigiana. La soglia passa infatti da 22 a 10 lavoratori. Perciò, le imprese che occupano almeno 11 dipendenti perdono i benefici previsti dalla legge quadro dell’artigianato, la legge n. 443/1985.

Queste aziende vengono così, di fatto, riclassificate come imprese industriali. La modifica dell’inquadramento può quindi incidere direttamente sull’organizzazione aziendale e sui costi sostenuti dai datori di lavoro.

INPS impiantisti e costi contributivi, aumenti fino al 6%

Il capitolo economico rappresenta uno degli aspetti più delicati della vicenda. Secondo quanto segnalato, il nuovo inquadramento comporta un aumento del costo contributivo verso l’Inps compreso tra il 3% e il 6%.

Inoltre, le imprese potrebbero dover modificare il contratto collettivo nazionale di lavoro applicato. Il passaggio potrebbe avvenire dal contratto dell’artigianato meccanico a quello edile oppure a quello della meccanica industria.

L’aggravio stimato può raggiungere i 2.000 euro annui per dipendente nelle aziende fino a 10 addetti. Per le imprese con un organico compreso tra 11 e 22 dipendenti, invece, il costo può arrivare fino a 2.500 euro annui per lavoratore.

Le conseguenze non riguardano quindi soltanto la classificazione formale delle aziende. Al contrario, la ricodifica può incidere sulla competitività delle imprese, sui costi amministrativi e sulla gestione quotidiana del personale.

Riclassificazione delle imprese artigiane, i numeri in Veneto

La portata del cambiamento emerge anche dai numeri indicati da Confartigianato Imprese Marca Trevigiana. Nella sola provincia di Treviso risultano coinvolte circa 500 aziende del settore impiantistico artigiano.

A livello regionale, invece, il numero sale ad almeno 4.000 imprese. Sul fronte occupazionale, i lavoratori interessati sono circa 3.000 nella Marca Trevigiana e circa 24.000 in tutto il Veneto.

Numeri che evidenziano perché la riclassificazione imprese artigiane abbia acceso l’allarme tra le realtà coinvolte. Un cambiamento applicato con effetto retroattivo può infatti creare difficoltà anche nella corretta gestione degli adempimenti contributivi.

Per approfondire altri temi legati a imprese, lavoro e provvedimenti che incidono sui costi aziendali, è possibile consultare la sezione dedicata alle notizie sull’economia.

La protesta di Confartigianato: «Scelta improvvisa»

Sulla vicenda è intervenuto Armando Sartori, presidente di Confartigianato Imprese Marca Trevigiana. Il rappresentante degli artigiani definisce il provvedimento una scelta improvvisa, capace di generare disorientamento tra i datori di lavoro.

«Una scelta improvvisa che sta generando disorientamento, possibili errori contributivi e rischi di sanzioni per migliaia di datori di lavoro del settore impiantistico artigiano trevigiano», dichiara Sartori.

Secondo il presidente, i danni per le imprese coinvolte possono essere molteplici. Tra gli elementi segnalati figurano la riduzione del limite massimo di dipendenti per mantenere la qualifica artigiana, il conseguente aumento del costo del lavoro e gli oneri amministrativi necessari per il cambio di regime.

Sartori contesta soprattutto l’assenza di un confronto preventivo con l’Inps. Confartigianato chiede quindi di verificare i presupposti della decisione e, se necessario, di ripristinare la situazione precedente al 30 giugno.

INPS impiantisti, la richiesta di confronto e un periodo transitorio

Qualora la nuova posizione dell’Istituto dipendesse da elementi oggettivi e giuridicamente rilevanti, Confartigianato ritiene necessario un confronto sui presupposti della ricodifica. L’associazione chiede inoltre che eventuali nuove interpretazioni siano accompagnate da adeguate informazioni e da congrui periodi transitori.

«Confartigianato è pronta a discuterne ad ogni livello», sottolinea Sartori. Il presidente richiama anche le difficoltà che gli imprenditori affrontano quotidianamente per mantenere produttività, competenze e ricchezza sul territorio.

Secondo l’associazione, improvvisi cambiamenti degli inquadramenti che incidono sul costo del lavoro aumentano l’incertezza delle aziende. Di conseguenza, possono compromettere anche la loro capacità di competere in un contesto economico già complesso.

La questione INPS e impiantisti resta dunque al centro dell’attenzione di migliaia di imprese venete. La richiesta è quella di aprire un confronto sulla riclassificazione e sulle sue conseguenze, evitando che un cambiamento così rilevante produca ulteriori costi, errori contributivi e rischi di sanzioni per aziende e lavoratori.