Moschea a Mestre, Venturini detta le condizioni - Notizie Plus
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Moschea a Mestre, il sindaco di Venezia Simone Venturini conferma la linea dell’Amministrazione sul progetto della comunità bengalese nell’area di via della Giustizia. Il primo cittadino difende la libertà religiosa e precisa di non avere preclusioni verso i luoghi di culto islamici. Tuttavia, prima di discutere della nuova struttura, chiede segnali concreti sul fronte dell’integrazione. «Solo se vedremo dei miglioramenti in tal senso allora si potrà iniziare a discutere», afferma Venturini. E, per il momento, la conclusione è netta: «Oggi come oggi, non ci sono le condizioni».

Il confronto riguarda il terreno di via della Giustizia acquistato dalla comunità bengalese. L’area ha attualmente una destinazione artigianale e produttiva e, di conseguenza, per realizzare il progetto sarebbe necessaria una variante urbanistica.

Moschea a Mestre, Venturini: «Non ci sono attualmente le condizioni»

Sulla moschea a Mestre Venturini parte dalla posizione già assunta dall’Amministrazione e respinge l’ipotesi di un cambio di linea.

«Quella che abbiamo ribadito ancora una volta era già da tempo la posizione della nostra amministrazione, e cioè che non ci sono attualmente le condizioni per avallare il progetto di una grande moschea nel cuore della città».

Il sindaco esclude quindi passi indietro rispetto alla linea tenuta finora. Allo stesso tempo, chiarisce che il confronto non riguarda la possibilità di professare la religione islamica, quanto piuttosto le caratteristiche del progetto e il percorso di integrazione della comunità.

«Io sono un sostenitore della libertà religiosa», precisa Venturini, prima di indicare ciò che secondo lui deve ancora cambiare.

«La comunità bengalese deve compiere passi importanti»

Il sindaco lega infatti la possibilità di riaprire il confronto a una serie di questioni che considera prioritarie.

«Ci mancherebbe, ma crediamo che la comunità bengalese debba prima compiere dei passi importanti sul fronte dell’integrazione».

Venturini entra poi nel dettaglio. Parla del «rispetto delle regole di convivenza civile», citando l’abbandono dei rifiuti, ma anche «il tema dell’integrazione delle donne» e quello «della conoscenza della lingua».

Il primo cittadino richiama inoltre l’attenzione su «come vengono tenuti i negozi».

È su questi aspetti che l’Amministrazione vuole vedere cambiamenti prima di affrontare nuovamente la questione del luogo di culto.

Moschea a Mestre, «solo con miglioramenti si potrà discutere»

Il messaggio di Venturini lascia comunque aperta una possibilità per il futuro.

«Solo se vedremo dei miglioramenti in tal senso allora si potrà iniziare a discutere».

Il sindaco non chiude quindi in assoluto alla moschea a Mestre, ma subordina un eventuale confronto a un percorso che, secondo l’Amministrazione, deve produrre risultati concreti.

Tra gli aspetti indicati figura il comportamento quotidiano negli spazi pubblici e nelle attività commerciali.

«Io sempre pronto al dialogo, ma comincino a non lasciare rifiuti ovunque e a rispettare le regole nei market», afferma Venturini.

Il tema dell’integrazione viene così collegato dal primo cittadino anche al rispetto delle regole di convivenza urbana.

Venturini: «Facciano partecipare le donne ai corsi di lingua italiana»

Uno dei passaggi più decisi dell’intervista riguarda la condizione femminile.

«Facciano partecipare le donne ai corsi di apprendimento di lingua italiana e basta veli integrali in città», afferma Venturini.

Per il sindaco, quindi, la conoscenza della lingua rappresenta un elemento centrale nel percorso di integrazione. A questo si aggiunge la richiesta di una maggiore partecipazione delle donne alla vita sociale.

Sono condizioni che Venturini inserisce in una valutazione più ampia della presenza della comunità bengalese sul territorio.

La posizione ha inevitabilmente aperto il confronto con i promotori del progetto, che rivendicano invece il percorso di integrazione già compiuto.

«Nessuna preclusione ai centri di culto»

Venturini vuole però sgombrare il campo dall’idea di una contrarietà generalizzata ai luoghi di culto islamici.

«Non abbiamo alcuna preclusione al fatto che ci possano essere centri di culto nella città».

Il sindaco porta anche un esempio concreto: «Già ci sono, per esempio, in via Monzani a Marghera, con un centro di preghiera legittimo e funzionante».

La distinzione riguarda quindi il progetto presentato dalla comunità bengalese per via della Giustizia.

«Abbiamo però grosse riserve rispetto a progetti faraonici come quello che hanno presentato i bengalesi», aggiunge il primo cittadino.

Moschea a Mestre, il nodo della variante urbanistica

C’è poi un aspetto strettamente amministrativo nella vicenda della moschea a Mestre.

L’area acquistata dalla comunità bengalese non avrebbe attualmente una destinazione urbanistica compatibile con il progetto. Per procedere sarebbe dunque necessario ottenere una variante.

Venturini ridimensiona però il significato della richiesta urbanistica presentata.

Secondo il sindaco, quella relativa al terreno acquistato «viene derubricata come una delle tante» richieste che arrivano all’Amministrazione.

Inoltre, allo stato attuale non sarebbe sufficiente per avviare un’istruttoria degli uffici destinata poi ad approdare prima in Giunta e successivamente in Consiglio comunale.

Pertanto, il percorso amministrativo necessario per il progetto non risulta al momento avviato verso un’approvazione.

Venturini: «Sono sempre disponibile al dialogo»

Nonostante le distanze, il sindaco assicura di non voler interrompere il confronto con la comunità bengalese.

«Io sono sempre disponibile al dialogo», afferma.

Subito dopo, però, arriva una precisa richiesta: «Invito la comunità bengalese ad avviare un vero percorso di integrazione anche da subito, ma non con la pretesa di ottenere una variante urbanistica».

Venturini separa quindi i due piani. Da una parte c’è il dialogo con una delle comunità presenti nel territorio veneziano; dall’altra, la richiesta amministrativa necessaria per trasformare l’ex segheria in luogo di culto.

Secondo il sindaco, il primo percorso non può avere come automatica conseguenza l’approvazione del secondo.

«Se spariscono gli abbandoni dei rifiuti, possiamo ricominciare a discutere»

Venturini indica anche quali cambiamenti potrebbero modificare la posizione dell’Amministrazione.

«Se da qui ai prossimi mesi spariscono gli abbandoni dei rifiuti che avvengono in tutto il territorio, se nei minimarket si rispettano i regolamenti e si tengono le vetrine in ordine, se le donne partecipano a percorsi di apprendimento della lingua italiana e smettono di indossare i veli integrali in città, allora si può ricominciare a discutere».

È il passaggio nel quale il sindaco sintetizza in maniera più dettagliata le condizioni politiche poste alla comunità.

La conclusione, però, fotografa la situazione attuale: «Ma, oggi come oggi, non ci sono le condizioni».

La comunità bengalese: «Lavoriamo qui, i nostri figli vanno a scuola»

La lettura della comunità bengalese è differente. Interviene Prince Howlader, dell’associazione “Giovani per l’umanità”, che rivendica il percorso compiuto dalle famiglie presenti sul territorio.

«Lavoriamo qui» e «i nostri figli vanno a scuola» sono gli elementi messi sul tavolo dalla comunità per rispondere alle critiche sul livello di integrazione.

I promotori richiamano inoltre il principio della libertà di culto e sostengono di stare già facendo la propria parte nella società veneziana.

Rimane anche il nodo dell’immobile. La comunità sostiene che la precedente Amministrazione avesse indicato proprio l’ex segheria come possibile sede per il luogo di culto.

Moschea a Mestre, «prima un vero percorso di integrazione»

Il confronto sulla moschea a Mestre resta dunque aperto, ma le posizioni sono ancora distanti.

Venturini ribadisce: «Sono un sostenitore della libertà religiosa» e «non abbiamo alcuna preclusione» alla presenza di centri di culto. Tuttavia, sul progetto di via della Giustizia parla di «grosse riserve» e chiede alla comunità bengalese di avviare «un vero percorso di integrazione».

Dall’altra parte, i promotori rivendicano lavoro, presenza delle famiglie e inserimento scolastico dei figli come prove del percorso già compiuto.

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