Arresto cardiaco e possibilità di recupero neurologico: uno studio condotto attraverso una rete di ospedali veneti individua nuovi elementi utili per valutare la prognosi delle persone in coma. La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica internazionale Clinical Neurophysiology, vede come primo autore il dottor Paolo Zanatta, direttore dell’Unità operativa di Anestesia e Rianimazione del Ca’ Foncello e del Dipartimento di Pronto Soccorso, Anestesia e Terapie Intensive dell’Ulss 2.
Lo studio nasce da un percorso di ricerca pluriennale e ha analizzato 160 persone ricoverate in terapia intensiva in stato di coma. L’obiettivo era capire quali segnali elettrici cerebrali rilevati precocemente potessero associarsi a migliori prospettive di ripresa. I risultati aprono quindi nuove possibilità nella valutazione dei pazienti e nella successiva programmazione della riabilitazione.
Arresto cardiaco, analizzati 160 pazienti in coma
La ricerca ha preso in esame i dati di 160 persone ricoverate in terapia intensiva e in coma dopo un arresto del cuore. I pazienti facevano parte del registro regionale, con arruolamento compreso tra luglio 2021 e giugno 2023. Gli ospedali di Verona e Treviso hanno fornito complessivamente il 90% dei partecipanti.
I ricercatori hanno confrontato gli esami effettuati nelle prime 72 ore con le condizioni riscontrate a un anno di distanza. In questo modo hanno cercato di individuare quali segnali elettrici cerebrali precoci risultassero associati a una ripresa migliore.
Tra le persone sopravvissute alla fase acuta, circa il 90% presentava a distanza un esito neurologico e cognitivo favorevole. Il dato assume particolare rilevanza perché la valutazione delle possibilità di recupero rappresenta uno degli aspetti più complessi per i medici e per i familiari.
I potenziali evocati somatosensoriali e i segnali del cervello
L’attenzione del gruppo di ricerca si è concentrata sui potenziali evocati somatosensoriali a media latenza. L’esame registra le risposte elettriche del cervello provocate attraverso la stimolazione di un nervo al polso. Il test offre così informazioni supplementari sull’integrità di aree cerebrali secondarie.
«Lo studio ha mostrato infatti che la presenza di questi potenziali a media latenza nei primi giorni dopo l’arresto cardiaco, interpretati insieme all’elettroencefalogramma e agli altri esami bioumorali e radiologici, conferma la vitalità di tali network fondamentali per la vita di relazione e può aiutare a riconoscere i pazienti con maggiori possibilità di recupero funzionale a dodici mesi», spiega Zanatta.
Di conseguenza, il test non viene considerato isolatamente. La sua interpretazione si inserisce in una valutazione che comprende anche elettroencefalogramma, esami bioumorali e indagini radiologiche.
Arresto cardiaco, segnali precoci per orientare cure e riabilitazione
Per i medici, i risultati possono aiutare a definire meglio le prospettive di recupero anche quando le condizioni iniziali appaiono molto gravi. Inoltre, riconoscere precocemente segnali favorevoli può contribuire alle decisioni sulle cure e alla programmazione del percorso di riabilitazione.
«Individuare segnali favorevoli già nei primi giorni può inoltre sostenere la programmazione della riabilitazione», sottolinea Zanatta. Disporre di elementi più precisi può aiutare anche i familiari nel confronto con l’équipe curante, pur senza eliminare l’incertezza che caratterizza situazioni cliniche tanto delicate.
La ricerca punta dunque a rafforzare la base scientifica utilizzata per valutare la prognosi neurologica. Sul fronte dell’informazione sanitaria e scientifica, altri approfondimenti e aggiornamenti sono disponibili nella sezione notizie e approfondimenti.
Una rete veneta dietro lo studio
Il progetto ha ricevuto un finanziamento complessivo di 370 mila euro dalla Regione del Veneto, nell’ambito della Ricerca Finalizzata Regionale, progetto RSF-2017-00000548. La ricerca ha coinvolto una rete di ospedali veneti con il coordinamento scientifico di Zanatta, principal investigator.
Hanno collaborato anche l’Università di Padova, mentre l’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona ha seguito il coordinamento amministrativo.
Un ruolo scientifico nel progetto e nel raccordo tra valutazione neurologica, indagini neurofisiologiche e percorso riabilitativo è stato svolto dalla professoressa Alessandra Del Felice, neurologa e docente del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Padova.
Hanno partecipato inoltre Elena Rossato, direttrice del Servizio di Medicina fisica e riabilitazione dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar di Valpolicella, ed Ernesto Gastaldo, neurologo esperto in neurofisiologia clinica e direttore della Neurologia dell’Ospedale di Feltre. Nel gruppo figura anche Federico Linassi, anestesista rianimatore e ricercatore dell’unità complessa di anestesia rianimazione di Treviso.
Il professor Stefano Masiero, ordinario di Medicina fisica e riabilitativa dell’Università di Padova e presidente di ORAS, ha favorito e sostenuto scientificamente e amministrativamente il progetto fin dalle sue fasi iniziali.
Il contributo di neurologi, rianimatori e ricercatori
La componente metodologica e statistica ha coinvolto Manuela Cattelan, docente del Dipartimento di Scienze Statistiche dell’Università di Padova. Al progetto hanno contribuito anche la neuropsicologa Lucia Focella, data manager della ricerca, e Valentino Marchesan.
Determinante è stato inoltre il lavoro dei medici anestesisti rianimatori, dei tecnici di neurofisiopatologia, dei neurofisiologi e dei neurologi impegnati nei diversi ospedali. La collaborazione tra differenti professionalità ha permesso di sviluppare una ricerca strettamente collegata alla pratica clinica quotidiana.
Il finanziamento regionale ha contribuito, inoltre, a sviluppare l’attività di ricerca negli ospedali e a rafforzare la collaborazione tra professionisti, uffici amministrativi e unità di ingegneria clinica.
Arresto cardiaco, lo studio può contribuire alle future linee guida
I risultati rappresentano un contributo alla base scientifica sulla quale fondare l’aggiornamento e l’implementazione delle linee guida relative alla prognosi neurologica dopo un arresto del cuore.
L’obiettivo resta riconoscere con maggiore precisione le possibilità di recupero e, di conseguenza, orientare percorsi di cura e riabilitazione sempre più appropriati. La ricerca non elimina l’incertezza legata alla prognosi, ma aggiunge elementi che possono aiutare medici e familiari nella valutazione delle prospettive del paziente.
Arresto cardiaco, coma e recupero neurologico restano infatti legati a situazioni cliniche estremamente delicate. Tuttavia, l’individuazione di segnali cerebrali favorevoli già nei primi giorni può offrire nuovi elementi per comprendere le possibilità di ripresa funzionale a dodici mesi e guidare le successive scelte assistenziali.















