Matteo de Mayda Fotografia Venezia

Matteo de Mayda è oggi uno dei fotografi italiani più apprezzati nel panorama editoriale internazionale. De Mayda ha costruito il proprio percorso professionale partendo da Treviso fino a collaborare con il New York Times e con alcune delle più prestigiose riviste italiane e straniere. Dietro ogni suo progetto si intrecciano ricerca, memoria personale e attenzione ai temi sociali, elementi che trasformano ogni immagine in uno strumento capace di raccontare e interpretare la realtà.

Nel cortile di “Sensa Studio”, lo spazio condiviso con amici e colleghi nel cuore di Venezia, il continuo passaggio di turisti e imbarcazioni lascia rapidamente spazio a un’atmosfera sorprendentemente silenziosa. È qui che il fotografo ha scelto di lavorare, in un ambiente che definisce con un sorriso “un po’ punk”: spontaneo, autentico e lontano da qualsiasi costruzione artificiale.

Matteo de Mayda: da Treviso alle collaborazioni internazionali

Nato nel quartiere di Santa Bona, a Treviso, Matteo de Mayda vive da cinque anni a Venezia dopo aver trascorso periodi a Roma e Palermo. Il suo nome compare sotto numerosi servizi pubblicati dal New York Times, comprese le recenti fotografie dedicate alla pesca urbana nei canali di Treviso e ai siti UNESCO del Veneto.

Il suo percorso professionale nasce però dalla grafica. Dopo gli studi ha lavorato per sei anni in un’agenzia, occupandosi quotidianamente di immagini, impaginazione e comunicazione visiva. Pur non svolgendo ancora l’attività di fotografo, quel periodo gli ha consentito di sviluppare un gusto estetico preciso e una profonda conoscenza del linguaggio delle immagini.

La fotografia, appresa da autodidatta, è rimasta sempre il filo conduttore della sua crescita professionale. Durante i viaggi ha iniziato a sperimentare e costruire il proprio stile fino alla decisione, nel 2011, di lasciare definitivamente il lavoro in agenzia per dedicarsi alla fotografia sociale. Dal 2017 vive esclusivamente di fotografia, alternando incarichi editoriali a progetti personali di lungo periodo.

I progetti personali tra memoria, ricerca e fotografia sociale

Il lavoro di Matteo de Mayda si sviluppa lungo due direttrici parallele. Da una parte ci sono le commissioni per quotidiani e riviste, che richiedono rapidità, precisione e capacità di raccontare una storia in poche ore. Dall’altra trovano spazio i progetti personali, nei quali il fotografo può sperimentare liberamente, combinando fotografie contemporanee, immagini d’archivio, fotografie scientifiche e testi.

Tra questi, il progetto più significativo è quello dedicato alla madre, scomparsa tre anni fa. Per tutta la vita aveva lavorato come addetta alle pulizie nei condomini e nei piazzali di Treviso. Dopo la sua morte, il fotografo ha deciso di tornare in quei luoghi che frequentava da bambino insieme a lei, documentandoli con uno sguardo nuovo.

Da questo percorso è nato un libro che rappresenta molto più di una raccolta fotografica: è diventato uno strumento di elaborazione del lutto e un modo per ricostruire un legame personale attraverso le immagini. Secondo de Mayda, anche il suo modo di fotografare è cambiato dopo questa esperienza, rendendo il suo linguaggio più aperto e meno razionale.

Matteo de Mayda e uno stile fotografico che privilegia la cultura

Pur lavorando per alcune delle più importanti testate internazionali, Matteo de Mayda non si definisce un fotografo tecnico. Racconta di utilizzare quasi esclusivamente la luce naturale e di non fare affidamento su sofisticati sistemi di illuminazione.

Il suo riferimento culturale è la scuola fotografica di Düsseldorf, caratterizzata da immagini equilibrate, prive di effetti spettacolari e dominate da una luce uniforme. Per questo motivo ricerca spesso giornate nebbiose o con cielo coperto, condizioni climatiche molto frequenti in Veneto e perfette per il suo linguaggio visivo.

L’obiettivo non è stupire l’osservatore, ma mantenere una distanza rispettosa dai soggetti fotografati, evitando interpretazioni troppo invasive. Secondo il fotografo, il significato emerge dall’insieme delle immagini e dalla riflessione che esse suscitano, più che dal singolo scatto.

Dalla laguna veneziana all’attivismo ambientale

Uno dei temi più importanti della sua produzione riguarda la laguna veneziana. Nell’ultimo progetto, “Laguna Minore”, esposto a Cortona, de Mayda ha scelto volutamente di non fotografare la città di Venezia.

La sua attenzione si è concentrata invece sull’ecosistema lagunare, sulle isole, sulla flora, sulla fauna e sulle comunità che hanno contribuito a preservare questi luoghi dalla privatizzazione. Una scelta che nasce dalla convinzione che Venezia sia stata raccontata così tante volte da rischiare di diventare uno stereotipo, mentre il delicato equilibrio della laguna resta spesso in secondo piano.

Per il fotografo, raccontare questi territori significa svolgere anche un’importante funzione civile, offrendo uno sguardo capace di sensibilizzare il pubblico sul valore ambientale e culturale dell’intero ecosistema.

Il consiglio ai giovani fotografi: contano le idee

Secondo de Mayda, oggi chiunque può fotografare grazie agli smartphone e alle moderne tecnologie. Tuttavia, la differenza non la fanno gli strumenti, ma le idee.

Per distinguersi è necessario sviluppare progetti autentici, nati da una passione sincera e da un coinvolgimento personale. I lavori costruiti esclusivamente per inseguire premi o tendenze, spiega, finiscono inevitabilmente per apparire artificiali.

La forza della fotografia, conclude, nasce quando un progetto riesce a trasmettere sincerità. È questa autenticità che permette alle immagini di raccontare davvero la realtà e di lasciare un segno nel tempo.

Matteo de Mayda rappresenta oggi un esempio di come la fotografia possa andare oltre il semplice racconto visivo, trasformandosi in memoria, ricerca culturale e impegno civile. Attraverso i suoi progetti continua a dimostrare che osservare il mondo con attenzione significa anche contribuire a comprenderlo meglio.