Il Made in Italy nella Trump Tower: intervista al prof. Collepardi di ENCO

Il Made in Italy nella Trump Tower: intervista al prof. Collepardi di ENCO

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1983: anno di completamento della rivoluzionaria Trump Tower a New York City, 725 Fifth Avenue, Manhattan. Trent’anni prima che l’attuale Presidente degli Stati Uniti d'America iniziasse a pensare alla politica, egli era un costruttore abile e ardito, che pioneristicamente varò il progetto di quello che, all’epoca, fu il più alto grattacielo del mondo in cemento armato. Una torre avveniristica, quella di Donald Trump, simbolo di un impero che stava raggiungendo il primo di molti zenit, e crocevia tra due generazioni di grattacieli: quella vecchia, basata sull’acciaio, e quella moderna, fondata sul calcestruzzo.

collepardi-prof Una significativa porzione di merito per tale conquista va assegnata ad un’azienda italiana che all’epoca si chiamava MAC, e a capo del cui laboratorio si trovava l’ing. Mario Collepardi: docente universitario, ricercatore e luminare nel mondo del calcestruzzo, nonché fondatore e presidente della ENCO – Engineering Concrete di Ponzano Veneto (TV). In un momento storico in cui si fa gran parlare di Donald Trump e della sua vita imprenditoriale, noi abbiamo deciso di intervistare in esclusiva il prof. Collepardi sulla torre che ha cambiato la Storia delle Costruzioni.

Prof. Collepardi, ci spiega meglio perché la Trump Tower è così importante nel campo della tecnica delle costruzioni?

Prima di allora i grattacieli venivano esclusivamente costruiti in acciaio. La Trump Tower, edificata allora pionieristicamente in calcestruzzo, nella storia delle costruzioni dei grattacieli ha quindi il ruolo di spartiacque generazionale: è la torre che ha mostrato al mondo quali risultati fosse possibile raggiungere impiegando il conglomerato cementizio, che vanta costi di produzione e di posa in opera assai più contenuti rispetto alla vecchia lega metallica.

Immagine2L’impatto rivoluzionario della Trump Tower venne subito riconosciuto?

Per la verità la Trump Tower e la tecnica utilizzata per costruirla, non ottennero subito la dovuta considerazione. Solo quando si dimostrò la bontà del calcestruzzo rispetto all’acciaio, grazie al fatto che consentiva una velocità di costruzione assai maggiore, il valore tecnologico dell’opera guadagnò la luce dei riflettori.

Ciò detto, ci furono comunque alcune imprese di costruzioni che ebbero presto l’intuizione di puntare sulla nostra soluzione, affidandosi ad essa semplicemente in virtù del fatto che era quella impiegata nel grattacielo del famoso Donald Trump.

In Europa questa tecnica quando si diffuse?

Nel corso degli anni ’80. La Trump Tower venne inaugurata ufficialmente nel 1983, e a quel punto partì un effetto-domino che spinse sempre più progettisti, anche europei, a studiarne e sposarne la tecnica costruttiva. Il nostro primato venne registrato anche da riviste non specializzate come L’Espresso, che nel 1984 pubblicò un articolo intitolato “Un’idea per fare fortuna”.

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Come si svolse il tutto?

Come committente, Trump coinvolse un’azienda italiana, la MAC Master, che vantava una filiale in Nordamerica, la MAC USA. Collaborando con questa società, la mia équipe ed io studiammo il problema che ci venne posto dagli Stati Uniti: bisognava elaborare una soluzione tecnica che consentisse di avanzare nella costruzione del grattacielo salendo di un piano ogni due giorni. In sostanza, la nostra sfida era preparare un calcestruzzo capace di diventare estremamente resistente con celerità, così da poter sopportare il peso del piano superiore nel giro di pochissimo tempo.

In cosa consistette la novità del calcestruzzo da voi preparato?

Grazie all’impiego del cosiddetto “Rheobuild”, i pilastri venivano scasserati rapidamente, alla velocità –per l'appunto- di un piano ogni due giorni, con una resistenza meccanica tale da consentire il getto del calcestruzzo nel piano successivo. I 54 piani della Trump Tower furono quindi terminati in pochi mesi, e decretarono il successo di questa tecnologia non soltanto in forza della sua maggiore rapidità e dei suoi minori costi, ma anche della sua superiore affidabilità (diminuendo il rischio di collasso per effetto di un incendio) rispetto alle strutture in acciaio.
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Altre “chicche” sul vostro coinvolgimento nell’opera?

Eccome. Oltre a quello già descritto, progettammo anche un secondo particolare calcestruzzo, che venne impiegato per il getto della fondazione: era così fluido da potersi mettere in opera senza vibrazione, come il calcestruzzo autocompattante messo a punto negli anni 2000.

Quanto tempo impiegaste per elaborare queste soluzioni?

Poche settimane. Il team era affiatato ed assai preparato. Fin dalla ricezione della commessa di Trump, avevamo le idee chiarissime su ciò che bisognava comporre per dar vita al primo grattacielo della storia costruito in calcestruzzo.

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