Strada dei Cento Giorni gallerie elicoidali Prealpi Bellunesi Col Visentin

Passo San Boldo è uno dei luoghi più suggestivi del territorio trevigiano, un’opera ingegneristica in cui la fatica umana ha trasformato una parete di roccia in una strada capace di superare un dislivello apparentemente impossibile. A 706 metri di quota, il valico collega la Marca Trevigiana alla Valbelluna attraverso una gola stretta e spettacolare, dove la montagna lascia spazio a cinque gallerie scavate nella falesia calcarea.

Lontano dai grandi valichi dolomitici, il percorso sorprende soprattutto per la sua particolare conformazione. Qui la strada sembra entrare direttamente nella montagna, mentre ponti ad arco e tunnel disegnano una sequenza di curve che ancora oggi restituisce l’impressione di una sfida tra ingegneria e natura.

Passo San Boldo e la Strada dei Cento Giorni

La storia moderna del Passo San Boldo è legata alla primavera del 1918, durante la Prima guerra mondiale. Dopo lo sfondamento di Caporetto, l’esercito austro-ungarico aveva bisogno di una linea di rifornimento strategica verso il fronte del Piave, evitando l’esposizione al tiro dell’artiglieria italiana.

Il comando militare impose quindi di superare rapidamente il dislivello tra Tovena e la sella del valico. Oltre settemila persone lavorarono giorno e notte: tra loro c’erano genieri imperiali, prigionieri di guerra russi e abitanti della vallata, comprese donne, anziani e ragazzi.

L’opera venne completata in poco più di tre mesi, tra febbraio e giugno del 1918. Da questa straordinaria rapidità nacque il nome Strada dei Cento Giorni, conosciuta anche come Gebirgsstraße 100 Tage.

Per permettere il passaggio dei convogli militari, la pendenza non doveva superare il 12%. Gli ingegneri austro-ungarici affrontarono così la parete verticale dell’ultimo canalone senza dover sbancare l’intera montagna.

Cinque gallerie dentro la montagna

La soluzione fu tanto semplice quanto spettacolare: scavare gallerie elicoidali direttamente nella falesia calcarea e collegarle attraverso ponti ad arco costruiti sul vuoto. Il risultato è un tracciato che sembra disegnato da un compasso, con curve strette, aperture nella roccia e scorci sul paesaggio esterno.

Ancora oggi il passaggio restituisce il senso di quella corsa contro il tempo. Le aperture dei tunnel permettono di intravedere frammenti di cielo e cascate stagionali, mentre la roccia accompagna il percorso fino alla parte più alta del valico.

La carreggiata è particolarmente stretta. Per questo l’anello finale dei tornanti in galleria funziona a senso unico alternato attraverso un sistema semaforico. I tempi di attesa possono variare tra cinque e sette minuti.

Il transito presenta inoltre alcune limitazioni precise. Non possono passare mezzi superiori ai 3,20 metri di altezza o con portata superiore a 3,5 tonnellate. La velocità massima è invece fissata a 30 km/h.

Per motociclisti e ciclisti il percorso rappresenta un vero monumento tecnico. Tuttavia, l’asfalto all’interno delle gallerie può diventare viscido a causa dell’acqua sorgiva che filtra continuamente dal calcare. La prudenza resta quindi fondamentale, soprattutto nelle curve in salita.

Un’opera tra storia e paesaggio

Superata la quinta galleria, lo scenario cambia rapidamente. La gola si apre su un pianoro verde dove si trova la frazione di San Boldo. Qui il rumore dei motori lascia spazio al vento che attraversa i pascoli sommitali.

La storia del luogo, però, è molto più antica rispetto alle vicende della Grande guerra. Sul valico sorgeva infatti un antico ospizio medievale dedicato a San Teobaldo, dal quale deriva la trasformazione del nome in San Boldo.

L’area era attraversata da viandanti e mercanti diretti oltre le Alpi. Tra i percorsi ricordati dalla fonte compare la Via Claudia Augusta Altinate, insieme alle varianti commerciali verso la Germania.

Passo San Boldo, sentieri verso il Col Visentin

Il valico non offre soltanto un itinerario da percorrere in automobile, motocicletta o bicicletta. Dal piazzale partono infatti diversi tracciati escursionistici, adatti a camminatori con differenti livelli di preparazione.

Uno dei percorsi più interessanti segue la dorsale delle Prealpi Bellunesi verso il Col Visentin, lungo il sentiero CAI 991. Il dislivello procede in modo costante senza risultare proibitivo e attraversa boschi di faggio e radure aperte.

Quando l’aria è particolarmente limpida, il panorama permette di osservare contemporaneamente due paesaggi molto diversi. Verso sud si apre la pianura veneta, con i centri abitati e il luccichio della Laguna di Venezia. Guardando a nord, invece, compaiono le pareti dolomitiche del gruppo della Schiara e le vette feltrine.

Per chi preferisce una passeggiata più breve, un’altra possibilità conduce alla Calchera. Il percorso permette di osservare un antico forno a legna utilizzato per produrre calce viva, oggi restaurato e inserito in un anello didattico di circa un’ora tra i boschi che circondano il borgo.

Passo San Boldo, un’opera ancora da scoprire

Il valore del Passo San Boldo nasce dall’incontro tra storia, ingegneria e paesaggio. Le cinque gallerie, i ponti sospesi sulla gola e la particolare disciplina del transito raccontano ancora oggi una costruzione realizzata in condizioni estreme e in tempi straordinariamente rapidi.

Allo stesso tempo, il valico conserva le tracce di una storia più antica, legata ai viandanti, ai mercanti e ai percorsi che attraversavano queste montagne. Per questo il Passo San Boldo non è soltanto una strada scavata nella roccia, ma un itinerario nel quale la storia del territorio e la forza della montagna si incontrano.