I lavoratori dipendenti del settore privato del Veneto lavorano quasi 2 mesi in più all’anno dei colleghi del Sud e, alla luce di ciò, i primi percepiscono una retribuzione giornaliera del 23 per cento più alta dei secondi. Questo vuol dire che da noi gli impiegati e gli operai sono degli stacanovisti e i colleghi meridionali degli scansafatiche? Assolutamente no. Ci mancherebbe. Anche nel Mezzogiorno si lavora molto e, probabilmente, anche di più che in altre aree del Paese; purtroppo, lo si fa in “nero”.

Pertanto, queste ore lavorate irregolarmente non possono essere incluse nelle statistiche ufficiali. Altresì, la concorrenza sleale praticata dalle realtà completamente o in parte sconosciute al fisco e all’Inps mantengono, nei settori in cui operano, molto basse le retribuzioni previste dai CCNL. Se, infatti, queste ultime salissero anche di poco, molte imprese regolari subirebbero un incremento dei costi che, probabilmente, le farebbe scivolare fuori mercato.

Sia chiaro, dobbiamo certamente aumentare per contratto gli stipendi dei livelli di inquadramento inferiori, ma il vero problema è la diffusione del sommerso  che, soprattutto al Sud, rende l’occupazione fragile e povera. Insomma, se non cominciamo a contrastare efficacemente il lavoro irregolare, il divario territoriale nel nostro Paese è destinato ad aumentare. A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA che ha elaborato i dati dell’Inps.

Rispetto al Sud, nel Veneto si lavora 37 giorni più all’anno Secondo l’elaborazione degli artigiani mestrini su dati Inps 2 , nel 2021 il numero medio delle giornate retribuite nel Veneto è stato pari a 248, al Sud, invece, a 211. Pertanto, nella nostra regione un ipotetico
operaio ha lavorato 37 giorni in più che corrispondono a quasi 2 mesi lavorativi “aggiuntivi” rispetto a un collega meridionale. Per quanto concerne la retribuzione media giornaliera lorda, nel Veneto si è attestata attorno ai 92 euro e in meridione sui 75. Di conseguenza, la
paga giornaliera in settentrione è mediamente più elevata del 23,4 per cento rispetto a quella percepita nel Mezzogiorno.

Perché al Sud si lavora meno? Oltre alla presenza di un’economia sommersa più diffusa che nel resto del Paese che, statisticamente, non consente di conteggiare le ore lavorate irregolarmente, nel meridione c’è poca industria, soprattutto hig-tech, e una limitata
concentrazione di attività bancarie, finanziarie ed assicurative. Il mercato del lavoro è caratterizzato da tanti precari, molti lavoratori intermittenti, soprattutto nei servizi, e tantissimi stagionali legati al mondo del turismo. Inoltre, si fa meno ricerca, meno innovazione e il numero dei laureati che lavorano nel Sud è contenutissimo. La
combinazione di questi elementi fa sì che gli stipendi percepiti dai lavoratori regolari siano statisticamente più bassi della media nazionale.

Grande divario anche della produttività

A riprova che la retribuzione media di un territorio risente del “peso” e della qualità del sistema imprenditoriale e occupazionale presente nello stesso, anche la produttività, dato dal rapporto del valore aggiunto per ore lavorate, è un buon indicatore per ragionare sul
livello salariale. Infatti, a produttività elevate corrispondono salari elevati e viceversa. Dalla lettura di questo dato emergono delle differenze territoriali molto marcate. Se nel Veneto, ad esempio, il valore medio del 2019 si attestava sui 37,3 euro, nel Mezzogiorno era
di 30 euro. La variazione percentuale, pertanto, era del 24,3 per cento in più a vantaggio nostro. Va comunque segnalato che rispetto a tutte le altre regioni del Nord scontiamo un livello di produttività del lavoro inferiore. E’ probabile che questo gap lo scontiamo a causa
dell’assenza nella nostra regione di grandi imprese e di settori ad alto valore aggiunto

 

La prima provincia veneta, Vicenza, si piazza a livello nazionale al 17° posto con una retribuzione giornaliera media di 93,5 euro. Seguono Padova al 18° con 93,1 euro, Verona al 20° con 92,8 euro, Treviso al 21° con 92,8 euro, Belluno al 32° con 90,3 euro, Venezia al 34° con 89,8 euro e Rovigo al 54° con 82,4 euro.

Gli operai e gli impiegati con il maggior numero medio di giornate lavorate durante il 2021 sono stati quelli occupati a Lecco (259,5 giorni). Seguono i dipendenti privati di Vicenza (258,2), Treviso (256,9), Lodi (256,7), Pordenone (256 giorni), Bergamo (255,6 giorni), Padova (255,4), Cremona (254,8 giorni), Reggio Emilia
(254,1 giorni) e Modena (252,2 giorni).

Le province, infine, dove i lavoratori sono stati “meno” in ufficio o in
fabbrica durante l’anno preso in esame sono state quelle di Crotone
(200,7 giorni), Lecce (200 giorni), Rimini (199,5 giorni), Agrigento
(199,3 giorni) Salerno (198,7 giorni), Foggia (198,4 giorni), Cosenza
(196,8 giorni), Trapani (195,6 giorni), Nuoro (193,7 giorni), Messina
(193,4 giorni) e Vibo Valentia (177,2 giorni)

Sempre dal confronto della retribuzione media giornaliera relativa al 2021, i dirigenti italiani percepiscono un emolumento del 577 per cento superiore a quello conferito agli operai. Se ai primi viene erogato una paga lorda di 500 euro a fronte di 291 giorni di lavoro all’anno, ai secondi la stessa sfiora i 74 euro per un totale di giorni lavorati pari a 219. La paga degli impiegati, invece, è di 97,5 euro, mentre i quadri percepiscono 219 euro al giorno.