Nello scorso mese di giugno, la Fondazione Bruno Kessler di Trento pubblicava uno studio intitolato “La chiusura delle scuole come possibile soluzione alla diffusione dell’influenza”.
Quattro anni prima che il Coronavirus venisse alla luce (segnatamente, nella stagione influenzale 2015/16), una ricerca condotta da cinque Università e Centri di Ricerca internazionali (tra cui la stessa FBK ma pure l’ISI di Torino) su 450 individui a Tomsk (Russia) rivelava come le interruzioni delle attività scolastiche incidessero nella limitazione dei casi di malattia.
In particolare, questi sono gli istituti partecipanti alla ricerca:
- Laboratory for the Modeling of Biological and Socio-technical Systems, Northeastern University, Boston, USA
- ISI Foundation, Turin, Italy
- CompleX Lab & Big Data Research Center, University of Electronic Science and Technology of China, Chengdu, Sichuan, China
- Division of General Medical Practice, Siberian State Medical University, Tomsk, Russia
- Fondazione Bruno Kessler, Trento, Italy
Il principale dato in evidenza è estremamente rilevante:
“Quello che avviene a Tomsk è un caso di studio straordinario nel vero senso della parola, – ha spiegato Marco Ajelli, ricercatore dell’unità DPCS della FBK – sono infatti rarissimi i luoghi al mondo dove si applicano delle politiche di chiusura delle scuole per prevenire la diffusione dei virus influenzali.” Attraverso un sistema di controllo e segnalazione, gli insegnanti delle scuole avviano un processo che permette di decidere sulla chiusura o meno delle singole classi o degli interi istituti: “Innanzitutto – continua l’autore del paper pubblicato sulla rivista scientifica statunitense PNAS – a chi manifesta anche solo i sintomi non è permesso l’accesso nell’area scolastica. Poi, quando più di studente e’ assente da scuola durante la stagione influenzale, l’insegnante verifica con i rispettivi genitori se la mancanza è collegata all’epidemia. Se la percentuale che ricade in questi casi supera il 20% ne consegue la chiusura della singola classe o della scuola intera.”
Per comprendere entità e portata delle eventuali ricadute occorrenti nel caso in cui non fosse applicata questa strategia, i ricercatori hanno misurato – sempre nella stagione influenzale 2015/2016 – la rete di contatti del campione di 450 individui, in particolare di studenti e relativi genitori. Il dato qui ottenuto evidenzia che nel momento in cui la politica di chiusura scolastica viene applicata, la riduzione delle relazioni in presenza fisica – quindi di persone che hanno scambiato almeno una minima conversazione – è drastica tra gli studenti (oltre il 50%) ma diminuisce anche tra i genitori lavoratori (oltre il 20%), spesso costretti a casa per assistere i figli.
In una fase successiva i ricercatori hanno unito questi dati raccolti sul campo con quelli forniti dalle strutture sanitarie locali sulla diffusione di sintomi parainfluenzali e quelli delle chiusure scolastiche offerte dai vari istituti per eseguire delle simulazioni al computer della diffusione dell’influenza. “La solidità dei dati raccolti e i modelli computazionali che ne sono derivati – ha concluso Ajelli – ci hanno offerto evidenze empiriche sull’efficacia di questo tipo di politiche per la prevenzione nella diffusione delle epidemie influenzali e pongono le basi per studi futuri che ne possano migliorare ulteriormente l’efficienza e i relativi costi di sistema, in questo come in altri territori”.













