Giovani sperduti, la parola allo psicologo

Giovani sperduti, la parola allo psicologo

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PrimoPianoGiovani che perdono la voglia di vivere. E si danno la morte. Tra febbraio e marzo Treviso ha registrato un triste record: ben 6 i ragazzi, tra i 15 e i 25 anni, che non ce l’hanno fatta più e si sono tolti la vita. Ma ci sono anche altri adolescenti, più cattivi e arrabbiati. Sono quelli che, organizzati in baby gang, terrorizzano la città. Con atti brutali e senza senso. Davvero complicato questo mondo giovanile.

“Nel trattare un argomento così delicato sono necessarie innanzitutto cautela e responsabilità”: comincia così il nostro colloquio con il dottor Gerardo Favaretto, direttore dei Servizi Sociali dell’Ulss 9. “Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi e il comportamento suicidario è un problema molto complesso”, bisogna quindi evitare facili generalizzazioni e non inserire questi avvenimenti nella generica casella della “fatalità”.

“Non ci si suicida se si sta bene” prosegue il dottor Favaretto, può sembrare banale ma non lo è, nella stragrande maggioranza dei casi alla base di questo terribile gesto ci sono disagi psichici, disturbi mentali (con la depressione a farla da padrone), malattie fisiche e in generale disagi e difficoltà di varia natura. Appare evidente quindi come non possa esistere una spiegazione generale per tutti i singoli casi e che sia riduttivo attribuire colpe a singoli fattori di stress o di difficoltà emotiva.

La statistica parla di 10 – 12 casi di suicidio ogni 100mila persone e per ogni persona che si toglie la vita ce ne sono 100 che ci provano, questo è un problema che va affrontato senza vergogna e con determinazione da parte delle amministrazioni.

“Esistono alcuni fattori di rischio – spiega il medico – e invece alcuni fattori di protezione che riducono la possibilità che avvenimenti simili avvengano”. I fattori di rischio sono la depressione, malattie fisiche prolungate e debilitanti, grave stress, sofferenze, problemi di vario genere e difficoltà a individuarli e riconoscerli, introversione, assenza di speranza ed opportunità, il contrasto tra le aspettative e i modelli proposti e la realtà. Anche l’uso di sostanze (alcol e droghe) aumenta decisamente il rischio perché sono fattori di possibile aumento di fragilità e criticità.

“Il modo migliore per ridurre sensibilmente il rischio di suicidio – dice il dottore – è attivare reti di relazioni positive, solidali, anche in questo caso la prevenzione è fondamentale, una società responsabile è una società che si prende cura dei propri cittadini”.

Per il dottor Favaretto è fondamentale non colpevolizzare le famiglie, che già devono sopportare un carico di stress esagerato dopo aver subito un lutto del genere, e anzi è da sottolineare il ruolo potenzialmente determinante che il nucleo famigliare può avere nella protezione e nel contenimento emotivo delle situazioni scatenanti l’evento.

Ulteriore fattore che può contribuire a ridurre il rischio che accadano episodi di suicidio è cercare di modificare un aspetto della società ben presente anche se poco affrontato: il pregiudizio sociale nei confronti della malattia mentale. “Se ho un raffreddore – spiega il responsabile – non mi vergogno e allora perché devo vergognarmi di essere depresso?”. La vergogna che si prova nell’ammettere di avere difficoltà di questo genere è un grosso ostacolo a chiedere aiuto prima che sia troppo tardi, isola socialmente ed è un atteggiamento da rimuovere assolutamente.

Il dottore suggerisce una linea d’azione: “Lavoriamo sulle comunità prossimali degli individui: la scuola, i gruppi, la rete sociale che li circonda. Creiamo l’abitudine all’ascolto e diamo nuove opportunità ai giovani e non solo”.

L’emergenza significativa va individuata nella “violenza” delle relazioni sociali, in un corpo sociale sempre più rarefatto: “Più si è distanti, più si è violenti”, la società sta cambiando sotto i nostri occhi ma ancora non ci siamo dotati degli strumenti necessari per interpretarla e governarla.

Non esiste una particolare emergenza generazionale e va assolutamente evitata una spettacolarizzazione in questo senso: lo sforzo di tutti – cittadini, comunità e istituzioni – deve essere quello di creare reti di solidarietà e nuove opportunità per tutti, solo così si potrà affrontare il disagio causato da malattie mentali e difficoltà psicologiche.

Matteo Gasparini

L’intervista fa parte del Primo Piano pubblicato sul numero di aprile di Treviso+.

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