Il referendum costituzionale. Il Veneto diviso tra si e no.

Il referendum costituzionale. Il Veneto diviso tra si e no.

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Luca Zaia

Parlano Zaia e Moretti. Con il referendum costituzionale di ottobre 2016 si va a votare a favore o contro la riforma Boschi-Renzi.

Perché votare Sì e perché votare No? Ecco illustrate le ragioni di chi appoggia il referendum sulla Costituzione e di chi è contrario in Veneto. Per il No si schiera apertamente il presidente del Veneto Luca Zaia, che tra l’altro recrimina sul fatto che «qualche comitato sa la data (il 22 ottobre) prima ancora che venga comunicata ufficialmente». Su questo Zaia ha le idee chiare. «Il presidente del consiglio su questa partita ha scommesso “qualcosa”, quindi ha attivato persone di sua stretta fiducia sul territorio per partire con la campagna referendaria con largo anticipo saltando la prassi istituzionale che prevede il provvedimento del consiglio dei ministri e l’accordo con il presidente della repubblica. Mi pare che in tutto questo ci sia una gestione “bersaglieresca”. Con tutto il rispetto dei bersaglieri. Già  ho qualche dubbio che il turismo gestito dall’Enit (l’Agenzia nazionale del turismo, ndr) possa essere migliore di quanto realizzato dalle regioni in questi anni. E lo dico da regione leader in Italia per numero di presenze, con un rapporto tra spesa di produzione e risultati ottenuti che sfido chiunque ad avvicinare. Nei maggiori paesi europei il turismo viene gestito a livello locale, con un coordinamento nazionale: in Italia probabilmente il coordinamento nazionale non funziona e cosa fa il governo Renzi? Ricentralizza il potere. Tra l’altro su questo nel 1994 ci fu anche un referendum». La legge prevederebbe però anche il “regionalismo diffuso”: regioni con bilanci sani possono chiedere allo stato maggiore autonomia.  «Agli amici del centrosinistra che mi hanno illustrato questo articolo ho chiesto: che cosa accade se di fronte alla richiesta lo stato non risponde? Nulla, non ci sono vincoli o sanzioni. Purtroppo noi siamo una realtà produttiva e dinamica circondata dai “cugini ricchi” del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia da cui appena qualche senatore democratico (l’ultima in ordine di tempo Laura Puppato, ndr) avanza l’ipotesi di una regione unica partono anticorpi in difesa dell’autonomia. Dubito che sia mai esistito un vero Nordest. Quel che conta per noi è liberarci dalla palla al piede che è lo stato centrale». Ovviamente il leader naturale del partito del Sì è Matteo Renzi, ma a predicare le ragioni della riforma costituzionale c’è anche Alessandra Moretti. «Il presidente Zaia dovrebbe studiare la riforma Boschi prima di insistere per buttare 14 milioni di euro dei veneti in un referendum sull’autonomia che sembra aver perso di significato: bene l’autonomia in alcune materie che però vanno negoziate con un governo che si dimostra disponibile e aperto al dialogo con i territori. Che senso ha invece indire una consultazione per realizzare una forma di federalismo che di fatto è già contenuta nella riforma Costituzionale? È fuori di dubbio che la riforma costituzionale infatti dia più potere agli enti locali di rappresentare le istanze dei loro territori. Ha ragione il sottosegretario Bressa: gli amministratori divengono legislatori nazionali e hanno la possibilità di agire, attraverso il nuovo Senato, per veicolare gli interessi delle Regioni. A questo punto è chiaro a tutti quale sia la vera ragione dell’insistenza di Zaia: cercare la ribalta nazionale attraverso l’ultima possibilità che ha, dopo anni di tentativi falliti, di promuovere un referendum sull’autonomia. Da ottobre, infatti, quando gli italiani avranno concluso il percorso della riforma della Costituzione con il si al referendum, i fautori della fallimentare ricetta del federalismo leghista non avranno più alcun argomento per spingere su una maggiore autonomia che di fatto sarà già realizzata dalla più importante rivoluzione costituzionale di sempre a favore di un Paese che diverrà più efficiente e stabile».

Gian Nicola Pittalis

 

Il referendum costituzionale. Il Veneto diviso tra si e no. Parlano Zanetti e Pellicani

 

Se quello dei detrattori è senza alcun dubbio il fronte più rumoroso, anche i favorevoli al referendum costituzionale di ottobre non mancano nelle aule della politica veneta, tant'è vero che proprio a Venezia è nato uno dei più energici fronti per il “sì”: un comitato specifico battezzato addirittura dal viceministro all'Economia e alla finanza Enrico Zanetti, che dalla città d'acqua ha ribadito come si tratti di un movimento apartitico, rivolto alla società civile e impegnato per portare avanti le riforme volute dall'esecutivo: “Deve essere chiaro il segnale che questo Paese intende cambiare – ha dichiarato Zanetti – Certo, il testo poteva essere migliore, più incisivo, ma presenta comunque cambiamenti che si attendevano da sessant'anni e che gettano i presupposti per avere in futuro ulteriori riforme specifiche”. Da sempre favorevole alla linea del presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi, anche il capogruppo del Partito Democratico a palazzo Ferro Fini, Alessandra Moretti, si è spesa molto per sostenere il referendum del prossimo autunno: “Dire sì significherà fornire ai cittadini veneti la possibilità di diminuire le spese dello Stato, abolendo il Senato di fatto dimezzeremo il numero dei parlamentari”, spiega l'ex vicesindaco vicentino, che non risparmia neanche qualche stoccata in direzione degli oppositori in Regione che puntano invece sull'autonomia: “La riforma costituzionale di fatto aprirà anche alla possibilità per il Veneto di contrattare con lo Stato nuove competenze, in un'ottica collaborativa”. I favorevoli si trovano anche nella politica cittadina, come il consigliere comunale veneziano Nicola Pellicani, che nelle ultime settimane ha illustrato più volte le ragioni per dare fiducia all'esecutivo: “L'obiettivo è quello di modernizzare il Paese – ha ricordato il Democratico - rendendolo più reattivo e in grado di dare risposte ai grandi temi che dobbiamo affrontare. La Riforma porta con sé una riduzione del numero dei parlamentari, l’abolizione di un ente oramai obsoleto come il Cnel, un tetto per l’indennità dei consiglieri regionali e la decostituzionalizzazione delle Provincie. Una semplificazione di un apparato di rappresentanza pletorico e poco incisivo, rafforzando al contempo lo strumento referendario e quindi ampliando gli spazi di democrazia reale”.

 

Giacomo Costa

Alessandra Moretti Enrico Zanetti 1 Enrico Zanetti Luca Zaia Nicola Pellicani 1 Nicola Pellicani

 

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